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Ricordo di Luca De Filippo

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Luca De Filippo con suo padreNapoli, teatro Augusteo, dicembre di qualche anno fa. È mezzanotte, lo spettacolo è appena terminato e l’eco degli applausi ancora non si è spenta. Prima che la marea di gente ingorghi l’uscita, scivolo fuori dalla platea e mi dirigo su, rapidamente, al primo piano dell’edificio, dove si trovano i camerini degli attori. Arrivo al pianerottolo e mi fermo. L’uscio è aperto, ma esito a varcarlo. Tendo l’orecchio: silenzio, nessun rumore, niente. Sto quasi per andarmene, quando fa capolino il custode e mi fa cenno di entrare – Si accomodi, gli attori si stanno rivestendo – Accolgo l’invito e avanzo nel corridoio, non vorrei andar via prima di aver salutato un vecchio amico. A un tratto, attraverso lo spiraglio della porta di un camerino scorgo, riflessa nello specchio, l’inconfondibile sagoma di Luca De Filippo. Si sta struccando con calma, lentamente, secondo una liturgia che ogni attore ripete uguale, da sempre. Mi riconosce e sorride: – Che fai impalato lì, entra – mi dice, ed io non me lo faccio ripetere due volte. Nello stringergli la mano, gli faccio i complimenti. Sono complimenti schietti, sinceri, perché poco prima, sul palco, Luca ha offerto una prova encomiabile, recitando Napoli milionaria, un’opera impegnativa, di grande spessore drammaturgico, nata cinquanta anni fa dalla penna  del padre, il grande Eduardo, e diretta, nell’occasione, da Francesco Rosi, uno degli esponenti più autorevoli del neorealismo.

La storia si svolge fra il ‘43 e il ‘45 a Napoli, una città stremata dalla fame e devastata dai bombardamenti. Il personaggio centrale è Gennaro Jovine, un onesto tranviere, dotato di buon senso, che però non è tenuto in gran conto dai propri familiari, sicché il poveretto caduto prigioniero dei tedeschi, una volta tornato a casa, si troverà di fronte non solo le devastazioni materiali, ma anche quelle morali e civili, prodotte dalla guerra.

Col suo edificante messaggio, l’opera segna per Eduardo l’inizio della produzione di impegno etico e sociale e lo inserisce a pieno titolo fra i grandi autori del Novecento.

Lo spettacolo è apparso ben congegnato, rispettoso del testo originale, pur senza cadere nel pedissequo. Abbastanza evidente il “taglio cinematografico”; infatti, al consueto sipario, si è preferito uno schermo con una gigantografia di Napoli ferita dai bombardamenti. Rigorosa pure la ricostruzione d’ambiente, che non cede a facili soluzioni oleografiche, ma sa creare sul palco la giusta atmosfera, tanto da coinvolgere lo spettatore e trascinarlo nel vivo della storia. Sapiente e ben dosata la miscela agrodolce, che unisce serio e faceto, drammatico e grottesco, in un alternarsi di situazioni assai gradite al pubblico.

Luca De Filippo

Luca, che ormai è attore maturo, dà vita a un personaggio variegato e complesso, dimostrando competenza, bravura e notevole coraggio. Non è facile ricoprire una parte che già fu di Eduardo. Lui lo fa magnificamente, con senso della misura ed anche in modo originale. È capace di divertire e commuovere, incuriosire e far riflettere, richiamando involontariamente, in virtù di una prodigiosa forza che è nel sangue, la figura paterna.

Oltre ai tratti somatici, Luca ha ereditato moltissimo dal padre: i modi, le posture e persino le stesse cadenze sonore, sicché a volte lo spettatore è indotto a credere che non ci sia stata soluzione di continuità e sopra al palco, a incantare la platea, ci sia ancora lui: Eduardo.

Quanto tempo è passato dal suo primo debutto! Luca aveva otto anni, quando il padre gli fece interpretare Peppeniello nella commedia Miseria e nobiltà, pièce scritta dal nonno, Eduardo Scarpetta. Da allora cominciò per lui la vita del palcoscenico, dapprima accanto al padre e poi in proprio, con la Compagnia del teatro di Luca de Filippo.

Diversi i film interpretati, quello più noto, Sabato, domenica e lunedì, girato assieme a Sofia Loren.

Alcuni giorni fa un male terribile lo ha strappato alla famiglia, agli amici e alle scene. Luca era un uomo schivo, pacato e modesto e non ha mai detto: “Sono un attore”, ma “Faccio l’attore”, consapevole forse del divario artistico esistente con suo padre; però era fiero di essere l’erede di terza generazione di una famiglia che ha fatto la storia del teatro italiano.


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